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    La ragazza col flicorno

    Tea era l’ultima delle quattro figlie di Giuseppe, un operaio ex dipendente nell’azienda di mio padre e ora in cassa integrazione ( licenziato in tronco), e di Onelia, una casalinga cicciottella esperta della cucina casareccia. Tea abitava con loro in una modesta casa a tre piani, compresa la soffitta, nella mia cittadina che fino a qualche anno prima era stato un paese circondato dalla campagna e traversato da un affluente di un fiume; ma ormai si era trasformato una zona industriale. Alcuni negozianti avevano chiuso i battenti e solo pochi conservavano la loro bottega nella strada principale. Però la banda musicale era rimasta intatta, con qualche nuovo e giovane musicista autodidatta venuto lì a rinforzare il gruppo. Tra questi c’ero anch’io. Suonatore di cornetta ormai da parecchi anni, da quando mio padre ( il sindaco) un giorno mi costrinse a prendere in mano il suo strumento prediletto.
    ’ Giulio! chiudi le labbra e fai una pernacchia!’ m’intimava lui avvicinando la cornetta alle mie labbra.

    Tea l’avevo conosciuta la prima volta durante le prove del giovedì sera nella sala dei concerti. Era entrata dalla porta laterale con la costudia dello strumento stretta nella mano sinistra, muovendo il corpo formoso con passo sicuro che faceva riecheggiare il rumore dei tacchi alti sul pavimento, nonostante la musica disarmonica. I suoi piedi, in parte nudi ed eleganti, li avevo notati ancora prima del suo viso e dei suoi seni prominenti: le curve sinuose culminanti nelle dita tondeggianti dalle unghie laccate di smalto rosa e i due lacci di cuoio nero che ne traversavano il dorso ossuto, mi avevano fatto arrossire le guance paffutelle e sudare le mami, tra cui quella sinistra che teneva stretta la cornetta.
    Tea aveva accomodato il sedere abbondante ma marcato nelle sue forme rotondeggianti e sode sulla sedia di legno davanti a me. Si era ricomposta i capelli tagliati a caschetto, alzando le braccia e muovendo le dita tra i ciuffi castani. Le sue spalle sportive da nuotatrice dalla pelle arrossata dal sole estivo, avevano consentito alle sue ascelle aperte di emanare un effluvio di sudore dolciastro e penetrante.
    Avevo intuito con soddisfazione, che lei quella sera non aveva usato il deodorante e m’incuriosiva sapere se si fosse dimenticata anche il rasoio. Ma nella mia posizione scomoda non potevo controllare, anche perché lei si era subito curvata in avanti per impugnare lo strumento riposto ai suoi piedi.
    Tea suonava il flicorno e aveva del talento innato, emettendo senza sforzo delle note dal suono limpido e ovattato ed eseguendo da solista dei brani di pezzi famosi, come ‘Il carnevale di Venezia’.
    Anche mio padre me lo aveva fatto notare al termine di uno dei concerti della banda a cui era affezionato e che sovvenzionava: ‘Ma come suona bene la figlia di Giuseppe …’ mi aveva confidato il sindaco, aggiungendo: ‘Brava e bella! Vedi ragazzo che questa gente serve a qualcosa…’
    Non avevo avuto il coraggio di ribadire a quella sua becera insinuazione classista, anche perché non era stata la prima volta che mio padre discriminava gli operai e le classi inferiori alla sua; prima di essere nominato sindaco era stato il padrone di un’azienda edile, dove aveva lavorato Giuseppe. In seguito le sue amicizie altolocate lo avevano spinto così in alto nella gerarchia sociale. Forse è proprio per questo motivo che Tea incoscientemente aveva avuto la sensazione che qualche cosa stava in mezzo tra noi, come una barriera corallina nell’Oceano Pacifico. Non aveva mai il coraggio di fissarmi a lungo negli occhi con il suo sguardo timido, spontaneo ma allo stesso tempo provocante. Pensavo anche che la causa di questa sua diffidenza nei mie confronti derivasse dal mio aspetto, diciamo inconsueto, nel senso che faccio parte della categoria ‘ rosso mal pelo ’( il protagonista del romanzo di Verga), quelli dalla pelle bianca come il latte e i capelli rossi e anche ricci nel mio caso. Oltretutto sono in sovrappeso e basso di statura.
    Proprio quella sera, durante una pausa tra un brano e un altro, il sassofonista (che sedeva accanto a me e, come tutti i musicisti jazz era scaltro con le ragazze)si era portato in avanti e con due dita aveva sfiorato la pelle di un fianco( denudata dalla maglietta corta) di Tea. Non me la sarei aspettata una reazione del genere da parte di una ragazza così composta nel suo portamento.
    Tea era sobbalzata sulla sedia e di scatto si era girata mostrando le labbra carnose allungate a causa del riso incontrollato e con uno sguardo attonito misto di rabbia e di una certa curiosità di solito nascosta, aveva sussurrato al mio vicino: ’Ma sei scemo?!Non ci provare mai più…’ e senza curarsi di me era ritornata al suo posto.
    La prova della banda era poi proseguita come se nulla fosse ma io avevo constatato che oltre ad evitarmi per un ennesima volta, Tea soffriva il solletico. Eccome! dissi tra me.

    Mi piaceva da morire vedere solleticare le ragazze ma anche le donne mature. Mi ricordo, quando mia madre era ancora viva, le sere sul divano davanti al televisore. Io avevo sì e no dodici anni e mamma mi permetteva ancora di farle le coccole, soprattutto i grattini. Maddalena era una donna molto bella e vistosa anche lei dai capelli rossi e lisci che raggiungevano le spalle eleganti. Non fu mai la moglie del sindaco in quanto ci lasciò qualche anno prima delle elezioni dopo un male incurabile, feroce quanto veloce. Mio padre a suo modo le voleva bene ma la trattava male. Nella nostra villa, appena fuori il paese sulle rive del fiume, c’è una camera sempre chiusa di cui solo il sindaco aveva le chiavi ( ho scoperto dove le nasconde), dove lui e la moglie trascorrevano delle ore a farsi del male fisico e psichico a vicenda. Sì il sindaco ha una camera di BDSM a sua disposizione con tutte le attrezzature del mestiere: gogna, lettino, fruste, ferma polsi, sbarre di metallo e aggeggi vari. Spesso, nell’ età adolescenziale, mi alzavo dal letto e dopo essere uscito dalla mia camera silenziosamente mi avvicinavo a quella stanza e da dietro la porta sentivo i mugolii, gridolini e urla in un misto di dolore e piacere di Maddalena. Ma a me ( dopo le coccole con lei) ripugnava tutto questo spettacolo violento con mia madre come protagonista e inoltre artificiale e non certo spontaneo e innaturalmente erotico, come era stato invece il sorriso di Tea al tocco del solletico del sassofonista della banda. Non so se a mamma piaceva o lo facesse per compiacere il marito, ma quando noi due eravamo uno vicino l’altra, accovacciati sul divano e lei alzava le braccia esili sopra la testa, non mi sembrava le dispiacesse quando io, d’improvviso, le alzavo i lembi della maglia nera di lana che indossava e da sotto infilavo le mie dita leggere, facendole muovere velocemente sulla sua pelle; Maddalena rideva soffusamente creando in me un certo effetto eccitante con la sua voce un po’ rauca per colpa delle molte sigarette che fumava e che alla fine le furono fatali.
    ‘Mi fai il solletico Giulietto… lo sai che lo soffro da matti…’ così mi diceva lei mentre io, sempre più curioso, salivo lentamente fino a raggiungere le sue ascelle, fresche e asciutte. Poi Maddalena scoppiava in una risata e abbassava d’istinto le braccia. E il gioco finiva lì.

    Alcuni giorni dopo le prove per il concerto alla fiera che si teneva ogni anno a fine Agosto in paese, il maestro della banda aveva organizzato una gita al fiume, con una grigliata finale.
    Quel sabato faceva molto caldo e molti di noi si erano infilati il costume sotto i vestiti; anche io ne avevo scelto uno di color marrone con l’elastico nero.
    Sotto una tenda bianca era stata sistemata una lunga tavola e tutto intorno una decina di sedie di plastica. Due griglie erano pronte ad essere accese. Era quasi l’ora del tramonto. Prima che Tea uscisse fuori dalle acque fredde del fiume mi ero appositamente sistemato sul prato verde sopra un asciugamano, così da non poter sfuggire al suo sguardo. Sembrava quell’attrice di cui non ricordo il nome, che avevo visto tempo prima nel film di 007, quando usciva dal mare gocciolante di acqua e andava incontro alla rinomata spia dei servizi segreti inglesi…
    Tea alzò la testa e mi vide lì in tutti i miei difetti fisici (pancetta e anche un po’ di tette)che l’agente Bond invece non aveva mai avuto. Forse per compassione o forse perché non era per lei più possibile evitarmi, decise di propria iniziativa di avvicinarsi.
    ‘Mi fai spazio…’ mi disse indicando l’asciugamano celeste su cui sedevo.
    Non avevo fiato per rispondere ed era comprensibile: Tea mezza nuda davanti ai miei occhi!
    Mi spostai e lei si sedette accanto a me, tirandosi indietro i capelli ancora zuppi di acqua. ‘ Non mentire più con me, Giulio… abbi coraggio!’ aggiunse lei sdraiandosi e mettendo le due mani sotto la nuca, chiudendo gli occhi.
    ‘ Coraggio di che?’ le domandai a fiato sospeso, avendo vicinissimo quel corpo sensuale ed eccitante a pochi centimetri.
    Tea aprì gli occhi e mi lanciò uno sguardo tra il serio e il faceto con i propri, molto simili a quelli di una cerbiatta. ‘ Di dirmi che ti piaccio… me ne sono accorta sai… o mi sbaglio forse?’
    Rimasi per qualche attimo paralizzato ma poi mi girai, porgendomi su di lei e, veloce, avvicinai le mie labbra alle sue morbide, carnose e ancora umide.
    Lei non fece resistenza e si lasciò baciare.
    D’un tratto mi ritornarono in mente le immagini della camera delle torture del sindaco che io deprecavo, ma anche le sue parole severe di quando da bambino m’insegnava a suonare la cornetta. Allora, come colpito da un raptus, smisi di baciare la bocca di Tea e, scendendo veloce in basso lungo il suo corpo accaldato dai raggi del sole, mi soffermai sul suo ombelico …. ‘prrrffff’
    Una lunga pernacchia, come se stessi suonando la cornetta.
    Tea si alzò di scatto urlando: ‘ Ehi! Ma che ti prende? Sei impazzito?!’
    Ormai rosso dal sole e dalla vergogna mi staccai dal suo bacino e le risposi con voce fievole: ‘ Scusa … non volevo… ma non ho potuto resistere’.
    Tea mi guardava con gli occhioni spalancati dalla sorpresa. ‘ Sono io che non resisto...non tu Giulio.’
    ‘Che vuoi dire Tea?’
     ‘ Be… al solletico…’ rispose anche lei un po’ impacciata così da adagiarsi sull’asciugamano, con le braccia distese sopra la testa.
    ‘Mah… ne sei prpprio sicura?’ le chiesi io, capendo il gioco e stendendomi accanto alla sua destra.
    ‘Sicurissima! Le miei sorelle mi torturano in soffitta a ogni buona occasione, sapendo bene che non resisto…’
    ‘Vuoi fare una prova?’ le domandai, strappando un filo di erba dal prato. ‘Io non ci credo che tu non sai resistere al solletico, sei una ragazza troppo sicura di te… quando suoni davanti al pubblico, per esempio.’
    Tea mi guardò stupefatta ma incuriosita. ‘ Che prova?’
    ‘Ora ti faccio vedere… chiudi gli occhi!’
    Con la mano sinistra le immobilizzai i polsi, mentre con la destra( che impugnava tra l’indice e il pollice il filo d’erba) cominciai a sfiorarle il polso.
    Lei sussultò, senza porre ancora nessuna resistenza.
    Lentamente la punta del filo scendeva lungo l’avambraccio e allora Tea mosse le braccia ma invano.
    ‘No… dai Giulio, smettila!’
    ‘Rilassati Tea!’
    Il filo scendeva ancora in prossimità dell’ascella perfettamente depilata ma luccicante di gocce che più di acqua di fiume ormai mi sembravano di sudore.
    Tea cominciava a muovere le gambe e il bacino a destra e a sinistra, cercando di liberarsi dalla mia presa e mi supplicava di smettere. Quando la punta del filo raggiunse l’incavo dell’ascella, Tea sbottò in una risata incontrollata e finalmente si lasciò andare al piacere del solletico.

    Dopo la grigliata io e Tea ce ne ritornammo in paese in due sulla mia bicicletta. Come due innamorati. Ormai ci eravamo ritrovati e molte barriere erano state abbattute, grazie al solletico. Certo l’ostacolo più difficile da superare era ancora lì, a pochi chilometri dal fiume. La villa del sindaco corrotto, sfruttatore e pure sadico. Come se non bastasse mio padre aveva licenziato altri suoi dipendenti, a breve in cassa integrazione. Come Giuseppe. Lui me lo annunciò con soddisfazione al mio ritorno in villa: ‘Per il bene della nostra famiglia, qualcuno si è dovuto sacrificare.’
    ‘Sempre loro… gli operai come il padre di Tea, vero?’ gli risposi sarcasticamente prima di ritirarmi nella mia camera, al primo piano del lussuoso e confortabile edificio, dove le segretarie del sindaco venivano torturate a vicenda nella camera BDSM. Non conveniva loro rifiutarsi se volevano mantenere il posto. Chi sa quante ragazze ancora avrebbero accettato i suoi ricatti?
    ‘Ma che ti prende Giulietto… la figlia di Giuseppe non ti mette allegria?’ replicò mio padre con cinismo.
    ‘Domani viene qui in villa, che dobbiamo provare un brano per il concerto serale in paese.’ gli risposi.
    Il sindaco sorrise mentre io risalivo gli ultimi scalini foderati di moquette.

    Il pomeriggio prima del concerto Tea aveva suonato alla porta della villa. Indossava l’uniforme della banda: giacca e gonna bianchi, camicia celeste e berretto con una piuma arancione. La feci entrare e le dissi di seguirmi nella mia camera al primo piano, dove avremmo potuto dare una ripassatina alle nostre partiture. Il sindaco non era in casa a quell’ora e la villa era tutta a nostra disposizione. Bevemmo due bicchieri di succo di frutta fresca e poi ci mettemmo subito al lavoro, in vista del concerto di quella sera nella piazza del paese. Prima ‘La marcia di Radeschi’ e poi ‘il carnevale di Venezia’ dove il flicorno di Tea (qualche ora più tardi) avrebbe eseguito l’assolo, compresa la virtuosa cadenza davanti a un pubblico numeroso.
    ‘Secondo me Tea sei pronta per il concerto .’
    ‘Lo pensi veramente Giulio?’
    ‘Ne sono certo.’
    ‘Uhm….sei solo in casa Giulio?’
    ‘Sì, mio padre è al comune per una conferenza’
    ‘Me la fai vedere la villa Giuliio…papà me ne parla sempre…’
    ‘Bene o male?’
    ‘Giulio, papà è un semplice operaio e sà benissimo che una villa del genere per lui può essere solo un sogno.’
    ‘Non è giusto però, non ti pare Tea?’
    ‘Perché secondo te la vita è giusta?!
    ‘Hai ragione Tea, bisogna adattarsi…vieni che ti faccio fare un giro turistico per la villa.’

    Eravamo usciti dalla mia camera dove faceva molto caldo, come del resto in tutte le stanze dell’edificio. L’aria condizionata mio padre l’accendeva solo la notte. Le feci vedere tutti i cinque piani della villa e anche il giardino con le sue fontane e poi risalimmo verso la mia camera. Nel corridoio inevitabilmente passammo accanto alla camera privata del sindaco.
    ‘E qui cosa c’è, Giulio?’ chiese Tea fermandosi davanti alla porta chiusa.
    ‘Uhm… è del sindaco ’ le risposi volendo proseguire.
    ‘Dai Giulio, fammela vedere che sono curiosa e poi voglio raccontare per filo e per segno a papà tutto della villa del suo ex padrone.’
    Non potevo dirle di no, ripensando anche al povero Giuseppe licenziato in tronco da mio padre.
    ‘Va bene Tea, però ti prendi tu la responsabilità.’
    ‘Tranquillo Giulio’
    Così andai a prelevare la chiave nel nascondiglio del sindaco (che avevo scoperto per caso qualche mese prima) e ritornai da Tea che mi aspettava ansiosa davanti alla porta. Girai la chiave due volte e abbassai la maniglia. Era buio e dal corridoio entrava una luce fievole. Cercai l’interruttore con una mano e subito dopo la camera s’illuminò con luci soffuse sistemate agli estremi angoli.
    Tea era rimasta immobile sull’uscio della porta, guardando sbalordita tutto quel mobilio che lei non aveva mai visto in vita sua e certamente non nella soffitta del padre Giuseppe.
    ‘Allora?’ Le domandai facendole segno di entrare così da poter richiudere la porta per precauzione, nel caso il sindaco tornasse all’improvviso a casa.
    ‘Mah… che cosa è tutto questo, Giullio?’
    ‘Eh, difficile da spiegare Tea.’ Risposi con un sorriso ironico. ‘ Diciamo… uno studio di BDSM.’
    ‘Eh? Che cos’ è Giulio, non ho mai sentito queste iniziali?!’
    ‘Saprai cosa è il sadomasochismo vero?’
    ‘Be’, qualche cosa la so…’
    ‘Ecco, qui si pratica il SM.’
    Tea mi guardò con una certa curiosità, mista ancora allo spavento iniziale.’ E cosa fanno di preciso con tutti questi aggeggi, Giulio?’
    ‘ Be’, si fanno del male che a loro però piace, insomma…’
    ‘Uhm… un po’ come quando a me fanno il solletico, allora….’
    ‘Esatto Tea, proprio così’
    Seguì un attimo di silenzio.
    ‘Allora voglio provare, una volta sola Giulio!’
    Per un secondo rimasi sconcertato dalla proposta di Tea ma poi non me lo lasciai ripetere due volte.
    ‘Sei scura?’
    ‘Si Giulio, di te mi fido…’

    Così cominciammo la seduta di BDSM; la prima per Tea ma anche per me.
    Le ordinai di togliersi la giacchetta e lei lo fece rimanendo con la sola camicetta celeste.
    La feci avvicinare, sistemandola sotto una sbarra di metallo dove erano appese due ferma polsi di cuoio nero. Abbassai la stanga( tirando una catenella) fin sopra la testa di Tea. Le presi il polso di sinistra e lo alzai, infilandolo nel ferma polso e lo stesso feci con quello di destra. Poi tirai la catenella e la sbarra risalì in alto. Tea era appesa, sfiorando appena gli alluci dei piedi nudi sul pavimento.
    Le sfilai la gonna, così da farla rimanere con le sole mutandine rosa.
    Poi cominciai a sbottonarle la camicetta celeste dal basso verso l’alto. Due aloni di sudore erano ben visibile sotto le sue ascelle. Presi la piuma che avevo sfilato dal berretto e l’avvicinai all’ombelico di Tea.
    ‘ Che intenzioni hai Giulio?’ mi chiese Tea con voce tremolante.
    Mai io non risposi a parole ma con i fatti. Con la punta della piuma le toccai l’ombelico e Tea sussultò. Girai tutto intorno più volte, smettendo per qualche attimo e per poi riprendere.
    Tea cominciava a muoversi con il bacino e le gambe, rendendosi conto però di non poter liberarsi dal fermo dei polsi. ‘Giulio, il solletico no ti prego… non erano i patti!’
    ‘Volevi provare Tea e io ti sto accontentando…’ le risposi, puntando la piuma sul fianco sinistro, spostando a un lato un lembo della camicetta. Cominciai a sfiorarle la pelle e lei iniziò a ridere, sapendo ormai che non poteva evitare più la tortura del solletico. La piuma saliva sempre più in alto fino a raggiungere il seno di sinistra, che in quella posizione era meno prominente del solito, ma in compenso era nudo, dalla pelle rosa e con il capezzolo ormai teso e arrossato. Lo sfioravo da sopra a sotto, al centro e al lato, in un movimento costante ma lento.
    Tea aveva smesso di ridere e cominciava a gemere di piacere. Lo stesso feci con l’altro, ma poi sposati la punta della piuma verso il lato, in alto, appena sotto la camicetta, proprio dove l’alone di sudore era piu intenso. La punta della piuma s’intrufolò li sotto e, mentre Tea aveva ripreso a ridere, raggiunge l’ascella, facendo scuotere la vittima con tutte le sue forze.
    ‘No… lì no… Giulio…lo soffro da morire…’ urlò Tea tra una risata e un’altra contorcendosi, però invano. Sapeva di non poter liberarsi e di non poter sfuggire alla tortura.
    Misi da parte la piuma, facendo riprendere a lei il fiato, ma poi cominciai a usare le dita delle mie mani.
    Dalle ascelle (madide di sudore) scendendo fino a i fianchi e usando una certa pressione, tanto che Tea diventò isterica nella sua risata. Ma io ormai non avevo intenzione di fermarmi, come in una raptus…

    La piazza del paese era ormai affollata di un pubblico ansioso di ascoltare il concerto di fine Agosto della rinomata banda che significava molto per tutti i paesani. Alcuni avevano dei parenti musicisti come Giuseppe e Onelia, i quali si erano seduti nelle sedie della prima fila, vicini al sindaco, che aveva riservato loro i due posti. Solo grazie alla ragazza col flicorno che tra non molto avrebbe eseguito un assolo mozzafiato.
    Io invece me ne stavo ad un lato del palco, in piedi, per farmi notare da Tea così da darle coraggio, ma sapevo (da qualche ora prima) che non è avrebbe avuto bisogno. La nostra seduta di solletico le aveva ridato una carica di energia, dopo averle tolto ogni tipo di ansia, paura e aver sconfitto lo stress. Tea si sarebbe ritrovata da sola ad affrontare il pubblico, per quell’unica esecuzione del ‘Carnevale di Venezia’ accompagnata dal solo pianoforte.
    Notavo mio padre parlare con Giuseppe, come se fossero due amici di gioventù e la cosa mi stupì, conoscendo le idee perverse del sindaco. Ma Tea all’improvviso salì sul palco con il flicorno stretto nella mano destra. Fece un inchino al pubblico e poi il pianista attaccò il brano. Qualche battuta di accompagnamento e il suono limpido e ovattato del flicorno inondò la piazza del paese con le note virtuose del carnevale…

    Un applauso fragoroso echeggiò per tutta la piazza quando il pianoforte suonò l’accordo finale del concerto. Tea era al centro dell’attenzione e un sorriso di soddisfazione e appagamento si disegnò sul suo volto, come quando io le avevo dato l’ultimo tocco di solletico con le dita sui fianchi nudi, facendole muovere su e giù fino a raggiungere le ascelle lisce e umide di sudore.
    Notai che mio padre fu tra i primi ad andarsi a congratulare con Tea e la cosa mi stupì e innervosì nello stesso momento. Dovevo chiedere a Tea che cosa significavano queste confidenze con il sindaco, sia da parte sua che da parte del padre.
    Dopo il concerto, mentre eravamo a festeggiare con i musicisti della banda al bar dell’angolo, presi da parte Tea e le chiesi un chiarimento.
    Lei mi spiegò (senza peli sulla lingua) che mio padre l’aveva assunta al Comune come sua segretaria e aggiunse che io non dovevo essere geloso, in quanto lei aveva accettato il posto solo per far un favore a Giuseppe, il quale ora sarebbe stato ancora più fiero della figlia.
    ’ I soldi sarebbero serviti a tutta la famiglia!’ mi disse lei, congedandosi da me con un sorriso di compassione.

    In fin dei conti compresi che per Tea ero solo il figlio del sindaco e tutta la mia storia con la ragazza col flicorno era avvenuta per questa ragione e inoltre ( come tutte le segretarie di mio padre) Tea avrebbe rivisto la camera del BDSM; senza di me, ma in compagnia del sindaco.
    Last edited by luc; 02-18-2018 at 02:45 AM.

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