Salve,
comprendo la tua diffidenza rispetto ad un contatto diretto. D'altronde non so quante persone leggano il forum in italiano (suppongo ben poche, comunque). In ogni caso vorrei proporre una storia che ho scaricato un pò di anni fà e che è di gran lunga la migliore storia relativa al solletico (in italiano) che abbia mai letto. Spero tu non l'abbia mai (ancora) letta, poichè sicuramente susciterà il tuo interesse 🙂 Si tratta di un racconto in 5 parti, questa è la prima. (fammi sapere se vuoi che posti le altre 4)
E' stata scritta da una certa Stefania: il sito sul quale la storia è stata trovata, ormai, non esiste più. Un vero peccato, perchè, tra le altre cose ho notato un certo talento letterario nella persona che scrive. Ho trovato negli anni passati anche un'altra storia in internet scritta da lei, anch'essa di ottima fattura. Concludendo potrei definire questa scrittrice (poichè questa definizione è appropriata) una sorta di Melissa P. del solletico... stupenda (e in gamba).
L'INCONTRO - PARTE PRIMA
Il treno era un po’ in ritardo, qualche minuto solamente, ma sufficiente per creare quell’atmosfera di irresistibile ansia che precede solitamente gli appuntamenti al buio. Scesi dal treno accaldata e rossa in viso più per l’emozione che per la calura estiva. Era un bellissimo venerdì sera, il sole non era ancora del tutto tramontato e le cose avevano preso una luce strana e nello stesso tempo dolce.
Nella discesa dal vagone la mia maglietta corta lasciò per un attimo intravedere l’ombelico, un soffio di vento mosse i miei capelli dandomi finalmente un senso di fresco benessere: il viaggio era stato lungo, ma il turbinio di emozioni che mi scuoteva mi aveva già fatto dimenticare la fatica ed il tempo passato in quello scompartimento.
Gettandomi lo zaino sulle spalle camminai verso l’uscita scrutando tutte le persone che sono sul marciapiede e che apparentemente erano in attesa di qualcuno…forse di me.
Una ragazza mi venne incontro, mi sorrise e timidamente, quasi per paura di sbagliare, mi porse la mano. Il sorriso si fece più sicuro, anch’io le sorrisi “Stefania?”. La mia mano un po’ tremante strinse quella di Debora e poi quella più grande e sicura di Romano. Poche frasi, perlopiù di circostanza “come è andato il viaggio?”, “sei stanca?”, “è da tanto che aspettate?”…In effetti nessuno dei tre sapeva bene cosa dire, forse tutti e tre ci sentivamo strani nel vedere persone che fino a quel momento avevamo solo immaginato, che avevamo conosciuto in una forma virtuale, inconsistente.
Involontariamente il mio sguardo cadde sui piedi di Debora. Lei portava dei sandali aperti che lasciavano intravedere le dita morbide e senza smalto alle unghie. Ma forse lei se ne era accorta…
Arrossii e la guardai con un’aria di scusa ed un bel sorriso di lei mi tolse da quel momentaneo imbarazzo.
Non so cosa stesse in quel momento pensando invece Romano…Mi guardò molto teneramente e sentii tornare quel senso di lieve imbarazzo…In effetti non so quali accordi lui avesse preso con sua moglie a proposito di me, non mi fu ancora chiaro se vi fosse fra di loro un patto di “non-gelosia” qualora i nostri giochino di solletico avessero preso ad un certo punto una connotazione più erotica.
Pensai di piacere ad entrambi, ma forse un po’ più a lui.
Romano fu molto gentile con me e mentre stavamo bevendo qualcosa al bar di fronte alla stazione, pensai che stesse cercando di indovinare le mie areole attraverso la maglietta o forse le mie piante dei piedi, così imprigionati da scarpe da tennis e calzettine di cotone bianche.
Tutti e tre però volevamo forse dare l’impressione di non voler pensare a ciò che in verità tutti e tre stavamo pensando…ma fu inutile, è nella nostra natura e non possiamo farci nulla. Una breve corsa in auto per le vie della città e in una manciata di minuti fummo a casa loro.
Era una bella casa, ampia e con un’atmosfera accogliente. La vista delle montagne dalla grande vetrata della sala principale dava un senso di pace e di armonia con la natura. La città con i suoi rumori sembrava lontana, la gente con i suoi pregiudizi ed i suoi falsi moralismi era lontana.
Debora fu molto dolce, mi liberò con delicatezza del peso dello zaino con i gesti di una mamma che spoglia il suo bimbo prima del bagnetto.
“Se vuoi prendere una doccia accomodati pure, è là in fondo a destra. Troverai tutto quello che ti serve e soprattutto chiamami se hai bisogno..”. Ebbi la netta sensazione che pronunciando quelle ultime parole Debora sorridesse.
Quell’invito finale mi rese un po’ nervosa anche se capii presto che Debora aveva pronunciato quelle parole con estrema naturalezza e che quella proposta non voleva dire altro che disponibilità e desiderio di mettermi a mio agio.
Sorrisi tra me e me mentre nella sala da bagno mi sbottonavo i jeans. Ero contenta di liberarmi finalmente di quegli indumenti che avevo indosso da troppe ore e che il viaggio e il calore avevano reso ormai insopportabili.
Tolsi scarpe e calze, mi sedetti sul bordo della vasca e feci roteare piano le dita dei piedi provando un sollievo indicibile. Li guardai e sorrisi di nuovo: “Poveri piccoli” pensai “povere piccole ditine…cosa dovrete passare…!” ed ebbi quasi l’assurda impressione che anche loro mi sorridessero.
La doccia mi fece letteralmente rinascere e molta della tensione che fino a quel momento mi aveva attanagliato la gola se ne era andata giù per lo scarico.
Fuori era già quasi buio, solo un lieve alone arancione scuro si stava spegnendo dietro il profilo delle montagne.
Mi passai l’asciugamano tra i capelli bagnati, mentre con gli occhi scrutavo nella sala da bagno cercando un asciugacapelli. Non trovandolo cominciai, cercando di non fare troppo rumore, a scostare le antine del mobiletto, ad aprire il cassetto, a vedere se per caso era appeso a qualche parete…ma niente asciugacapelli all’orizzonte.
Mi sistemai la cintura dell’accappatoio bianco che Debora mi aveva prestato, cercando anche di coprirmi un po’ il decolté (pensando a Romano) e sempre passandomi l’asciugamano sui capelli uscii dal bagno cercando Romano o Debora per il mio problema di asciugacapelli.
Nessuno nel corridoio…nel soggiorno solo i sandali e la borsetta che Debora aveva lasciato entrando e gli occhiali da sole di Romano abbandonati sul tavolino di vetro. Tornai nel corridoio, chiamandoli a bassa voce, senza risposta.
“Ma dove sono spariti quei due…?” mi domandai provando un po’ di timore. Dopo tutto non li conoscevo, non li avevo mai incontrati prima di quel momento…Cosa stavano facendo?
Non era ancora paura quello che avvertivo salirmi dentro, ma piuttosto una lieve inquietudine che sentivo aumentare ad ogni passo incerto che facevo lungo il corridoio.
Il pavimento era fresco sotto i miei piedi nudi.
“Romano…?” tentai ancora…nessuna risposta.
Ad un tratto una specie di mugolio attirò la mia attenzione dietro di me, all’altra estremità del corridoio.
Girandomi, incuriosita, notai una luce soffusa che usciva attraverso la porta socchiusa della stanza che, se avevo capito bene la disposizione di quella grande casa, doveva essere la loro camera da letto.
Mi dissi, scuotendo la testa, che non era possibile che stessero già facendo l’amore, in ogni caso non così presto e non con me in casa…ma dopotutto perché no?
Ci eravamo scambiati segreti, confidenze e indiscrezioni sufficienti per capire che alcuni tabù erano ormai stati abbattuti tra di noi. Ma fino a quel momento avevamo parlato soprattutto di solletico.
Non mi sentivo affatto pronta ad una sessione di sesso a tre ed in fin dei conti non ero lì per questo!
Con tutti questi pensieri feci capolino nella stanza, pronta almeno a trovarmi di fronte Romano e Debora, sul letto, l’una nelle braccia dell’altro, in atteggiamenti erotici.
Ma non fu così.
Romano era in piedi, appoggiato al muro, di fronte all’ingresso della camera e mi guardò con aria soddisfatta, sorridendo per la mia evidente espressione di stupore.
Debora giaceva nuda sul letto, adagiata sulla schiena, con i polsi e le caviglie ben legati alle due estremità del letto, un fazzoletto ben stretto le chiudeva la bocca.
Voltò la testa verso di me e chiudendo lentamente gli occhi in quello che interpretai essere un sorriso.
Si contorceva sinuosamente forzando sui legacci, troppo ben fatti per permetterle il benché minimo movimento. Anch’io riuscii a sorridere, scaricando finalmente nell’aria la paura accumulata nel corridoio. Appoggiai le spalle allo stipite della porta, incrociando le braccia come qualcuno che si appresta ad ammirare un quadro.
L’asciugamano mi cadde dalle mani…guardai Romano negli occhi, uno sguardo intenso, uno sguardo silenzioso che voleva dire: “o.k., fammi vedere…”.
Romano girò la testa indicandomi con gli occhi una sedia a dondolo in vimini, nell’angolo della camera, davanti al letto “Accomodati pure, lo spettacolo sta per cominciare”. Ubbidì. Nel sedermi allentai un poco la cintura dell’accappatoio, accavallai le gambe e appoggiai le mani sui braccioli della sedia che oscillò dolcemente all’indietro.
Da quella comoda posizione potevo vedere tra le gambe di Debora e la cosa mi mise lì per lì in imbarazzo. Vedevo il profilo dei suoi seni e le punte dei suoi capezzoli che spiccavano in controluce. Il ventre si alzava e si abbassava aritmicamente: Debora ansimava, si capiva che il suo cuore batteva forte…Era bella da vedere, aveva un bel corpo, la pelle dei seni ed intorno all’ombelico era dolce e tenera come quella di una bimba, si notava che le gambe e le ascelle non avevano mai avuto bisogno del rasoio, lisce ed intatte.
Era giovane, più di quanto potesse dimostrare nella vita di tutti i giorni. Le piante dei suoi piedi, piccole e bianche, erano proprio davanti a me, a qualche decina di centimetri da me ed ebbi un violento impulso di avvicinarmi per toccarle e per passarvi la lingua sotto.
Le dita dei piedi si contorcevano, allungandosi e contraendosi in un tentativo di estrema difesa.
Tutto il suo corpo era un fascio di nervi, tutta la sua pelle era elettrica e fremente.
Romano si mosse, prese lentamente una delle piume che stavano sul comodino di fianco al letto e che non avevo notato prima.
Si sedette di fianco a Debora che ricominciò a mugolare dietro al fazzoletto, quasi volesse dire “Oh no!, Noo…!”.
Si muoveva lenta come un serpente in una gabbia di vetro. Romano mi guardò, mostrandomi la piuma bianca “Ora ti mostro cosa le faccio di solito quando fa la cattiva…dimmi se ti piace”.
A quelle parole un brivido mi percorse la pancia e si spense tra le gambe diventando piacere.
I mugolii di Debora si fecero ad un tratto più intensi e acuti, Romano aveva cominciato a toccarle il ventre con la punta della piuma, eseguendo movimenti circolari intorno all’ombelico. Vedevo il pancino di Debora che si ritraeva in un vano tentativo di evitare quella diabolica piuma che le solleticava l’ombelico e sentivo la sua voce soffocata interrompersi in brevi, incontenibili risatine.
Il corpo di Debora si inarcò su un lato quando la piuma di Romano le sfiorò il fianco, percorrendolo verso l’alto fino ad arrivare all’ascella.
Lì si fermò a titillare la pelle delicata, in movimenti più brevi e rapidi. Il seno di Debora si increspò di un’intensa pelle d’oca, il capezzolo sembrava esplodere a causa di quel brivido.
Per un paio di minuti ancora la piuma danzò sotto le braccia indifese di Debora le cui guance erano diventate rosse e la risata sempre più incontenibile.
Romano aveva ragione, quel gioco mi piaceva, e molto anche!
Ma a Debora piaceva?…
in arrivo la seconda parte... se ti interessa.
ciao,
vito